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martedì 10 giugno 2014

La guerra del Golfo.

1. Ah letizia…
Ah letizia del mattino!
Sopra l’erba del giardino
la favilla della bava,
della bava del ragnetto
che s’affida al ventolino. 
Lontanissime sirene
d’autostrada, il sole viene!
Che domenica, che pace!
È la pace del vecchietto,
l’ora linda che gli piace.
Le formiche in fila vanno.
Vanno a fare, ehi! qualche danno
alle pere già mature…
Quanto sole è sul muretto!
Le lucertole lo sanno.


2. Lontano lontano…
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.
Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.
Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!
Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.
E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!
Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?
Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.


3. Se la tazza…
Se la tazza mi darai
che mi piace, la mia tazza
con il manico marrone,
gentilissima ragazza,
tu felice mi farai.
Il suo manico ha il colore
del più vivo e ricco tè
ma riflette anche il turchino
del leggero cielo se
è leggero come te.


 4. Gli imperatori…
Gli imperatori dei sanguigni regni
guardali come varcano le nubi
cinte di lampi, sui notturni lumi
dell’orbe assorti in empi o rei disegni!
Già fulminanti tra fetori e fumi
irte scagliano schiere di congegni:
vedi femori e cerebri e nei segni
impressi umani arsi rappresi grumi.
A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri
giorni occidui si avvivano i vigneti
e i seminati e di fortuna un riso.
Noi bea, lieti di poco, un breve riso,
un’aperta veduta e i chiusi inchiostri
che gloria certa serbano ai poeti.


5. Come presto…
Come presto è passato l’inverno
fra clamori terribili e vani!
Le battaglie di popoli estrani
che mai sono in confronto all’eterno,
all’eterno degli ippocastani
che dai ceppi si industriano lenti
a sperare germogli lassù?
E tu assorta graziosa annoiata
sul terrazzo, in pigiama pervinca,
forse chiedi al mattino che vinca
come il sole la bruma ostinata
così il bene sui campi cruenti?
Ma è domenica, è marzo: non senti
che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?


6. Aprile torna…
Aprile torna e a sera un frescolino
irrita gote di ragazze accese:
in un palio ciclistico protese
volanti rubiconde mutandine.
Come rauche ora vociano parole
quasi laide nell’aria della sera!
Fu dolce, in altro tempo, primavera.
Godono pepsi cola ignude gole.
I ragazzi le annusano. Una bella
passò, di zinne e deltoidi ribaldi
e d’altro che acre un dì mi fu diletto.
Ma come mai sensibile diletto
trovar non so che me attonito scaldi?
Sì, d’aprile il dormire è cosa bella.


7. Se mai laida…
Se mai laida una limaccia
quando a ottobre l’aria è spenta
lenta bava perse lenta
che di lunga e liscia traccia
porri o sedani segnò,
metaldèide in grigi grani
fai che inghiotta; e a globo stretta
plasma e anima rimetta.
Quanti soli già lontani
la lucertola mirò!
Lento a dèi crudeli e ignoti
va il mio bruno ultimo fiele…
Dove volgi, ansia fedele?
A che vomito mi voti,
cara meta che non so?


Franco Fortini

Le canzoni di Franco Fortini

Patria mia

( musica di Sergio Liberovici,1958)

Fratelli d’Italia
Tiriamo a campare!
Governare ed altare
Si curan di te…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé.

Ciascun per sé
Una piccola casa
Una piccola moglie,
un piccolo lavoro,
una speranza piccola così
una piccola messa la domenica…
- e Iddio per tutti.

Fratelli d’Italia
Tiriamo a campare!
Bisogna accettare
La vita com’è…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Ciascuno per sé
Un piccolo silenzio
Un piccolo peccato,
una piccola coscienza,
un pentimento piccolo cosí,
una piccola Fiat per la domenica…
- e Iddio per tutti.


Fratelli D’Italia
Tiriamo a campare!
Fra l’alpi e il mare
Son troppi i perché…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Ciascuno per sé:
una piccola vita
una piccola pietà
una piccola viltà
una libertà piccola cosí,
una piccola morte ogni domenica
- e Iddio per tutti.

Fratelli d’Italia,
tiriamo a campare!
Governo ed altare
Si curan di te…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Fratelli D’IItalia
Non basta campare,
non basta aspettare
chi pensi per te.
Fratelli d’Italia,
nessuno è per sé!

Nessuno è per sé:
un semplice coraggio,
un semplice rifiuto,
un semplice”Mai Piú”,
una verità semplice così.
Basta un semplice “No”,una domenica,
tutti per tutti!
  




Tutti gli amori
( musica di Sergio Liberovici,1958)

Io non avrei creduto mai
che un giorno ti avrei visto senza gioia
tu non avresti mai creduto
che un giorno avrei vissuto senza te.

Nulla rimane uguale
si muta il bene in male
si muta il bianco in nero
ma quel che è stato vero
sempre ritornerà.

Tutti gli amori cominciano bene
l’amore d’una donna
l’amore d’un lavoro
e anche l’amore per la libertà.

Spesso gli amori finiscono male
chi tanto amò va via
lavoro è servitú
la libertà diventa bugia.

Ma non si perde piú
quel che è stato vero un anno un giorno
altri nel mondo vi vorranno bene
altri lavoreranno senza pene
altri vivranno in libertà.

Io non avrei creduto mai
di rivedere il popolo ingannato
tu non avresti mai creduto
che chi sfrutta insegni la virtú.

Nulla rimane uguale
si muta il bene in male
si muta il bianco in nero
ma quel che è stato vero
sempre ritornerà.

Tutti gli amori cominciano bene
l’amore d’una donna
l’amore d’un lavoro
e anche l’amore per la libertà.

Spesso gli amori finiscono male
chi è amato non sa amare
lavora chi tradí
la libertà è di chi la può comprare.

Ma ricomincia qui
quel che è stato vero un nostro giorno
tanti nel mondo già si voglion bene
tanti lavoran già senza più pene
Tanti già ridon nelle libertà.



lunedì 9 giugno 2014

70° della Resistenza. Il cinema.


Fortini, All'armi


di Massimo Raffaeli
Parole frontali nel segno di Brecht Prospettive antagoniste mai proclamate, ma còlte per anticipi e rotture, dall'Ottobre alla Resistenza. 
Nel commento al film «All'armi siam fascisti», a lungo rimosso e ora uscito in dvd, Fortini sceglie un limpido straniamento: la storia è innanzi tutto storia della lotta di classe «Paese Sera» apre la cronaca di Roma del primo giugno '62 titolando Proditoria e rabbiosa imboscata dei missini che lanciano dalle finestre sedie sugli studenti all'uscita del cinema 'Quattro Fontane'. Dei sei feriti e delle decine di contusi documentano alcuni scatti fotografici, mentre occhiello e sommario sintetizzano i fatti seguiti alla proiezione del film All'armi siam fascisti, organizzata dal giornale nel cinema che ha sede al pianoterra dello stabile dove si trova la sezione del Msi. Graffiti su un muro L'imboscata non ha avuto nulla di spontaneo e peraltro quel film, costruito su materiali di archivio, prodotto l'anno prima da una sigla vicina al Psi, la Universale Film, firmato da tre cineasti della sinistra socialista, Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Miccichè, sembra destinato a una vita impossibile: non più che tollerato dai dirigenti socialisti (e si dice che persino Pietro Nenni all'anteprima abbia chiesto la modifica dell'immagine finale, un perentorio «No al fascismo» nudamente graffito su un muro), malvisto dai vertici del Pci per l'antistalinismo che lo innerva dall'inizio alla fine, sospettato di estremismo e addirittura di trotzkismo, il film è stato ammesso di straforo al Festival di Venezia '61, circola ufficiosamente nei cineclub e viene ritirato nel 1964, quando il clima politico, nel corso della cosiddetta «congiuntura», vede ormai raffreddarsi gli entusiasmi suscitati dal primo governo di centrosinistra. Non verrà mai trasmesso dalla Rai e neanche dalle reti commerciali, se si eccettua un tardivo passaggio, nel 1994, a Telemontecarlo per iniziativa di Sandro Curzi. Perciò è un vero avvenimento che la Raro Video-Curti Editori ne proponga oggi il dvd (euro 16.99, presentazione di Sergio Staino, introduzione di Marco Bertozzi con estratti da un documentario di Davide Barletti e Lorenzo Conte sul cinema di Cecilia Mangini) unitamente a una brochure, a cura di Bruno Di Marino, che raccoglie materiali e recensioni d'epoca dove spiccano i giudizi positivi di Alberto Moravia, Ada Gobetti, Ugo Casiraghi, Carlo Di Carlo nonché una nota di Pier Paolo Pasolini che, su «Vie Nuove» del 30 settembre '61, parla di un «film stupendo, una delle più emozionanti opere cinematografiche che abbia mai visto». Violenze antioperaie Ma che cos'è All'armi siam fascisti!, quali le ragioni per cui è stato maledetto a destra e, nella sostanza, rimosso a sinistra? Per intenderlo vanno almeno ricordati due fatti: intanto l'avere accolto in senso militante la lezione del luglio '60 e cioè il neofascismo risorgente con gli scontri a Porta S. Paolo, a Piazza De Ferrari a Genova, i compagni freddati sul selciato a Reggio Emilia, i sinistri rumori di sciabole del governo Tambroni; e poi il rifiuto della vulgata antifascista nel senso del patriottismo nazional-popolare con la certezza, viceversa, che il regime di Benito Mussolini sia stato propriamente l'organizzazione armata della violenza capitalistica, antipopolare e, in primis, antioperaia. È, questo, un punto di vista di classe che mette in allerta l'Istituto Luce, il quale rifiuta di concedere i materiali di repertorio, tanto che gli autori sono indotti ad attingere a fondi esteri, archivi ufficiosi e privati, tra cui quelli di Joris Ivens, della Cinémathèque parigina, della resistenza antifranchista in esilio e della Repubblica jugoslava. Il periodizzamento è scandito nel lungo periodo, tra le aggressioni coloniali in Libia (con la drammatica apertura sui libici impiccati dagli italiani «brava gente») e il culmine della guerra fredda che da noi coincide con i trionfalismi di «Italia '61», tra i rigurgiti neofascisti e l'apertura a sinistra della DC di Aldo Moro. Dominio di classe L'ottica mira verso il basso, al vissuto delle masse e, insieme, alle strategie che il regime allestisce per garantirsi il consenso; Mussolini non vi è onnipresente (a parte talune sequenze celeberrime come quella in cui lancia, a torso nudo, la «battaglia del grano») e anzi il Duce condivide la scena con i dittatori chiamati in Europa a un identico dominio di classe sia pure in contesti ambientali e con modalità operative anche molto differenti, cioè Hitler, Franco, i militari mitteleuropei, mentre incombono ad ogni passaggio di fase gli effettivi mandatari, le élites economico-finanziarie, gli industriali, gli agrari, un Vaticano sempre benedicente; infine, la prospettiva antagonista nel film non è mai proclamata ma essa viene colta, come deducendola ogni volta dal proprio sottotraccia, per anticipi e violente rotture (l'Ottobre rosso, la Repubblica spagnola, il Fronte Popolare, la Resistenza italiana, le rivoluzioni anticolonialiste, il ritorno delle lotte in Italia) secondo una linea espositiva che punta alla diffrazione del punto di vista e alla consapevole parzialità dello sguardo, mai alla conclusione irenica o alla conciliazione dialettica. Minima è anche la quota propagandistica, nonostante fra i modelli rientrino alcuni classici della retorica antifascista quali La battaglia per l'Ucraina di Dovzhenko e Perché combattiamo di Frank Capra. Solitari travagli La sintassi del film, laddove è più evidente la mano di una grande documentarista come Cecilia Mangini, procede per blocchi la cui figura dominante è l'antitesi e pertanto la netta distinzione di interessi/ideali/prospettive fra «loro» (gli eminenti, i detentori del potere economico-politico, l'alto clero della cultura) e «noi», gli assoggettati al dominio di classe, gli individui ammutoliti, deprivati di potere e destino. Se la musica di Egisto Macchi, nelle sue volute di spessore epico come negli stacchi antilirici e didascalici, è memore dei rivoluzionari Kurt Weill e Hanns Eisler, il commento è affidato, nientemeno, a Franco Fortini. Ci informa il suo biografo Luca Lenzini (nella accurata cronologia che precede, introdotti da Rossana Rossanda, i Saggi ed epigrammi, Mondadori «I Meridiani» 2003) che costui si è congedato dal Psi già nel 1957, dopo anni di isolamento e di aspre polemiche, all'uscita di uno dei suoi libri maggiori, la raccolta saggistica Dieci inverni. Contributi ad un discorso socialista. Nei mesi di un travaglio personale e ideologico cui sopravvive solamente il rapporto con alcuni outsider del partito (su tutti Raniero Panzieri e Gianni Bosio: e qui si veda nel dettaglio, ricchissimo di riferimenti e apporti documentari, il volume di Mariamargherita Scotti, Da sinistra. Intellettuali, Partito socialista italiano e organizzazione della cultura 1953-1960, appena uscito da Ediesse) Fortini sceglie lo straniamento e il magistero di Bertolt Brecht, perciò le sue parole sono dette frontalmente, per catene anaforiche e legami metonimici esonerati dalle oscurità e ambiguità del Grande Stile novecentesco. Se infatti Brecht aveva scritto che «i massacratori escono dalle biblioteche», così Fortini, che lo ha tradotto, si pronuncia davanti alle maschere immonde della dittatura: «I veri maestri/ non lasciano tracce, non si esibiscono ai balconi/ e per questo ancora oggi/ non si possono fare senza rischio i loro nomi./ I maestri di Mussolini e di Hitler,/ di Farinacci e di Eichmann/ sono negli uffici studi delle banche,/ nelle poltrone dei consigli di amministrazione;/ sono sulle cattedre universitarie,/ nella Accademia Berlinese delle Scienze/ o nella Accademia d'Italia». Scegliere, decidere Affidandone la partitura scritta a una collana diretta dal suo compagno Gianni Bosio (Tre testi per film, Edizioni Avanti! 1963), Fortini lamenterà alcune insufficienze dell'opera e tuttavia ribadirà il fatto che la storia è innanzitutto storia della lotta di classe e che il nemico principale, ora come allora, resta l'ordinamento capitalistico della società. Nella sequenza finale di All'armi siam fascisti!, mentre scorrono le immagini dei morti nel luglio del '60, il poeta passa direttamente al «voi» e chiede dunque a tutti noi: «La vostra coscienza che cosa ha da dire?// Bisogna scegliere, bisogna decidere. Il vostro/ destino è solo vostro. Rispondete». 

<<il manifesto>>, 7 dicembre 2011

domenica 8 giugno 2014

Franco Fortini, L'animale

L'animale

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere fulmineo e eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e invoca dagli spini pietà.


[Per un'analisi della poesia vedi: R. Luperini, "Il momento di Fortini", in: id., "La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini", Roma, Editori Riuniti, 1986, pp.100-111.]


Un commento.
Biancamaria Frabotta

L’animale è una delle poesie più antiche di Composita solvantur. Scritta nella primavera del 1985 fu pubblicata nello stesso anno su una piccola rivista pugliese, “L’immaginazione” (n. 6-7) e letta da Fortini il giorno in cui gli fu conferito il premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale”. Si trattava di un testo di prima scelta e assai appropriato, sia nell’ambito tematico che metaforico, all’ispirazione montaliana del premio. Si ripresentava l’occasione di un nuovo confronto con il grande maestro di quella che, con un notevole scarto nei confronti di più tradizionali categorie critiche novecentesche, Fortini aveva definito “poesia dell’esistenzialismo storico” ("I poeti del Novecento", Laterza, Roma-Bari 1977). Nel 1986, in un saggio assai tempestivo dedicato a L’animale, riconsiderando gli sviluppi dell’ultimo Montale, ma anche di Sereni, Luzi e Zanzotto, Romano Luperini ne approfittava per riconfermare il valore profetico della poesia allegorica di Fortini, ribadendo la sua estraneità alla linea simbolista e postsimbolista. “Poteva sembrare un attardato ed era un precursore”("La lotta mentale", Editori Riuniti, Roma 1986, p. 111). Che oggetto della sua allegoria fosse, come nei massimi esempi dell’arte novecentesca, “il nulla”, non ne intaccava la scelta di responsabilità e di testimonianza. L’animale, nella versione commentata da Luperini esibiva nell’epigrafe una testuale ripresa dell’ultima terzina del sonetto Per l’ultimo dell’anno 1975 ad Andrea Zanzotto, pubblicato in Paesaggio con serpente. Si tratta di una pessimistica e quasi ironica variazione su un tema dell’Apocalisse: “Quanto sei bella, giglio di Saron, /Gerusalemme che ci avrai raccolti. /Quanto lucente la tua inesistenza”. Questa “inesistente” Gerusalemme celeste (ma ricordiamo che una “madre inesistente” compare proprio all’inizio di Foglio di via) secondo Luperini non va intesa se non come “un luogo del pensiero” e contribuisce a segnalare nell’Animale una “tensione religiosa e allegorica a un significato”, piuttosto che “la positiva fede in questo medesimo significato”( ibidem, p. 109).
Nel 1989 Fortini è a Gerusalemme per una settimana e gli appunti di viaggio pubblicati su "Extrema ratio" ci forniscono la prova che con la sua risonanza la data di questo pellegrinaggio etico-politico nel suo calendario interiore contò più di quella della caduta del Muro di Berlino. Non che fosse scemata la sua opposizione alla politica militare del governo israeliano, ma ora, esposto in prima persona alla “sindrome di Gerusalemme”, egli vuole, una volta per tutte, penetrarne la densità allegorica e se necessario rintracciarvi, anche a costo della propria personale coerenza, il discrimine fra errore e verità, ma anche fra male e bene e indagarvi il male della soggettività, dico, che non è solo ferita inferta dalla storia, leopardiano paesaggio sbranato, sanguinaria guerra per la sopravvivenza della specie, ma anche paralisi sentimentale, aridità, rigore privo di compassione. Ed è appunto questo non sempre apertamente ammesso coacervo di timori e di sentimenti che fornisce, io credo, il formicolante sottotesto dell’ "Animale" poesia che, a detta dello stesso Fortini, appartiene ancora al territorio mentale di "Paesaggio con serpente": “il mondo visto come paesaggio, come cosa già disposta in due dimensioni, dove cioè è presente questo elemento di male, di negatività”.
Una diversa contestualizzazione della poesia viene alla luce però solo con la minuziosa ricostruzione quasi postuma dei saggi di "Attraverso Pasolini" (Einaudi, 1993). Fortini nutriva un’alta considerazione della sua intelligenza critica e del ruolo di guida e di profeta che si attribuiva all’interno della sinistra italiana. Ma non sempre un’analoga sicurezza lo sorreggeva, quando era posto in discussione il valore della sua poesia. In uno dei suoi rari saggi autobiografici, "Metrica e biografia", affiora una certa titubanza manifestata in termini quasi psicoanalitici, nonostante la ben nota diffidenza di Fortini verso quest’altra mitologia novecentesca. Non sempre limpido e continuamente oscillante fra l’impulso dei sentimenti e il rigore della ragione appare sin dall’origine il litigioso interesse di Fortini verso Pasolini, al quale si legò in un rapporto tortuoso, ma a suo modo appassionato e fedele. Con l’autore de "Le ceneri di Gramsci" (cui in passato egli aveva dedicato pagine faziose ma acutissime) il vecchio Fortini ha ancora un conto in sospeso che non riguarda solo una diversa visione del mondo e della politica, ma probabilmente qualcosa di più segreto e inconfessabile.
A suo tempo, negli anni lontani di Una polemica in versi, Pasolini lo aveva accusato di aridità e di mistico rigore, con quei suoi modi intrisi di cinismo e di innocenza ai quali Fortini non seppe mai reagire, se non con sanguinosi insulti che, ovviamente, misero fine ad ogni loro rapporto. Ma, a differenza di Pasolini che presto lo dimenticò insieme a quelle sorpassate risse, Fortini non dimenticò mai e per occulte e traverse vie quel trauma, quel misto di amore e di risentimento, di feroce repulsa e attrazione, finì per rispuntare, anche se in modi sotterranei e addirittura subliminali, nel sottotesto de L’animale che, secondo Mengaldo almeno , è “forse il capolavoro” di "Composita solvantur" ("Vero personale e politico", <<L'Unità>>, 28.3.1994). Ripubblicata fra le Penultime di "Ultimi versi.1939-1989", la poesia perde la sua “apocalittica” epigrafe e così il trait d’union più visibile che la lega a Paesaggio con serpente, pure ben riconoscibile nella sinistra microcronaca del “piccolo animale sanguinario”. Esce di scena anche l’implicito riferimento al sonetto dedicato a Zanzotto, la cui rilevanza in Paesaggio con serpente era stata amplificata al punto da suggerire il titolo di un’intera sezione, Versi per la fine dell’anno. In "Composita solvantur" infine l’ormai celebre testo perde anche il titolo, trasferito alla sezione che lo comprende e sostituito, come del resto capita a ben ventisei dei trentotto componimenti della raccolta, da un rapido incipit,ovvero Stanotte…che ripete il primo verso, “Stanotte un qualche animale”, ma come appena accennato e pronunciato a mezza bocca. Come già altrove, Fortini dissemina a piene mani i puntini di sospensione e non per una recuperata inclinazione ad un’allusività ermetizzante, ma piuttosto per suggerire una nuova fretta del dire, un andare a tentoni nel buio,un farsi strada a stento in un intrigo di calchi e di autocitazioni. Composita solvantur è un libro affetto da labirintismo e disegna nei nostri cuori un tracciato sbilenco e sin troppo centrato. Con la elisione dell’epigrafe non solo svanisce il riferimento a Zanzotto (che a sua volta era stato l’intelligente prefatore nel 1980 delle diciotto poesie di "Un’obbedienza") ma anche a colui che si svelerà poi come il criptodestinatario del sonetto. E cioè lo stesso Pasolini, assassinato all’Idroscalo da meno di due mesi. In un paragrafo di Attraverso Pasolini, intitolato Una epigrafe (sulla cui cancellazione in realtà non ci viene fornito alcun lume) Fortini ci narra una storia che chiamerei di vanità e di carità. Sottaciuto nei versi e confessato nella marginale chiosa di una nota ("Attraverso Pasolini", pp. 147-148), travolge Fortini un orgoglioso empito generazionale ed egli non sa resistere alla tentazione di affiliarsi con Zanzotto e Pasolini a una illustre triade, tanto più significativa e luminosa in quegli anni bui: “se uno è vinto e un altro è stato ucciso, /uno ha durato contro lo sgomento”. Sono versi che affermano un desiderio di riconoscimento e un bisogno di appartenenza che invano Fortini attese dal suo più fortunato amico-nemico. Ma alla loro vanità si affianca la carità di un risarcimento necessario. Nel 1976 su “Nuovi argomenti” era comparso, su richiesta della rivista, un epitaffio fortiniano assai poco compassionevole: “Dicevi di voler ritornare al tuo paese. Ma quello/non era il tuo paese. Così l’inganno //di oggi ti rivelava quello di allora,o infelice. /Nulla ti fu mai vero. Non sei mai stato. //I tuoi versi stanno. Tu mostruoso gridi”. I versi sono crudi, ma ci fanno intercettare il capo del filo con cui Fortini vorrebbe tessere un sotterraneo legame fra sé e l’altro, riferendosi all’illusione di un paese che fosse per entrambi “inesistente” madre immaginaria, il materno Friuli per Pasolini e per lui, la terrestre e infida Gerusalemme paolina. “Ma quella realtà non era mai esistita”, scrive Fortini nel 1993, cercando di dipanare la matassa imbrogliata di un rapporto intessuto di identificazione oscuramente desiderata, progressivamente rimossa e infine negata. “Era stata un’illusione procurata, una proiezione di gioventù” (Attraverso Pasolini, p. 145). Non è solo la storia di “un’oscura psicomachia” tipicamente fortiniana, come direbbe Zanzotto, ma anche la controprova del suo habitus mentale ed etico, e cioè l’abitudine imitata da Brecht e mai sconfessata, di nascondere la carità dietro i panni dei una rozza crudeltà. E la crudeltà, a sua volta, dietro la maschera della pietà. Tra le numerose e minute chiose di Fortini al secondo e più misericordioso ricordo di Pasolini, occultato dietro le allusioni del sonetto per Zanzotto, non a caso la sua attenzione si concentra sui versi 3-4 (”Ora nel vischio del suo fiele intriso /starà così per sempre dunque spento”) già essi esempio, a mio parere, di un ben lievitato impasto fra il pascolismo (pasoliniano) del “vischio” e il montalismo (fortiniano) del “fiele”. Ed entrambe le immagini sono riaccostabili al “vischio/che fa dolce la nausea e la pietà” e al “miele dei morti e del peccato” di Al di là della speranza, la puntigliosa risposta di Fortini alla pasoliniana Una polemica in versi. E quando si sofferma su quel “‘vischio’ che cola come da un insetto o da un rettile, dall’anno ‘da sé diviso’” (Attraverso Pasolini, p. 146) siamo già a Paesaggio con serpente e all’Animale, al suo “mucchietto di visceri viola /e del fiele la vescica tutta d’oro”. Dietro la “bestiola” che in una bella giornata estiva, cade, vittima e carnefice di uno stesso atto di natura, incolpevole, ma certo non innocente, giganteggia l’inganno della Bestia, il morso avvelenato che contagia ogni autentica compassione e che, pure nell’eco manzoniana dell’ultimo verso, “stride e combatte e implora dagli spini pietà”. Con la falsa calma e l’esemplare oggettività di una parabola sul “nulla”, scritta dalla parte del “tutto”, Fortini torna sul luogo del delitto non suo certo, ma anche suo in qualche modo e per cancellare le tracce di un’aspirazione, insieme sacrificale e fratricida, a fondersi in comunione con il valore testimoniale che la morte violenta aveva aggiunto alla poesia dell’amico rivale. E insieme cancella anche l’epigrafe, spia di quel trasversale omaggio e ricordo. In Composita solvantur, a parte un fuggevole cenno alle “rozze benne” de La salita, di Pasolini resterà ben poco. E anche di Zanzotto in verità, entrambi segregati in quel furtivo moto di identificazione recisa e di negazione rimossa. Altri saranno i primi piani concessi, altri i suoi più discreti sodali e Custodi. Pochi poeti del Novecento italiano come Fortini nutrirono nei riguardi del corpo, oggetto nella sua poesia quasi solo di sacre violazioni, un orrore così profondo. Ed è nell’epifania fisica e animale del martirio che Pasolini, avvolto come sempre in un alone di cinismo e di innocenza, tornò ad “attraversare” la poesia di Fortini e proprio in uno dei suoi luoghi intellettualmente ed eticamente più esposti, ma anche più impassibili e adamantini. E vi si insediò, forse, con il ricordo del suo corpo sfigurato, finché non fu l’altro, il sopravvissuto, a doverne riattraversare l’ombra, come un’immagine dentro un’acqua bruna. Attraverso Pasolini: un viaggio iniziatico nel dubbio e nel vanto di un peccato forse soltanto soggettivo; la passione per la scelta, piuttosto che per i contenuti di quella scelta; la verità senza errori e compassione.

[Estratto da "Composita solvantur. Le ultime verità di un poeta", in «L’illuminista», n. 12, a. IV, settembre – dicembre 2004, pp. 75 – 108. Alcune note sono state tagliate].