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giovedì 12 giugno 2014

Shostakovic, Shakespeare e Abbado

Paolo Petazzi, Trionfo per il direttore a Ferrara, tornato per la prima volta sul podio dopo il congedo dai Berliner. In programma uno Shostakovic inedito (per l'Italia) e «Tristia» di Berlioz. Un grande Abbado alla corte di Re Lear. In nome della pace, ne <<L’Unità>>, 17 febbraio 2003


Proponeva un messaggio di pace […] il bellissimo concerto diretto sabato da Claudio Abbado per Ferrara Musica. Era il suo primo ritorno sul podio dopo il congedo dai Berliner […] ed era l'apertura delle manifestazioni ferraresi dedicate a «Shakespeare e le arti» (tema di uno dei grandi cicli che Abbado aveva promosso e organizzato a Berlino negli anni scorsi), con Tristia di Berlioz e le rarissime musiche di Shostakovic per Re Lear, finora mai eseguite in Italia. Di rilievo davvero memorabile è parsa la forza rivelatrice della interpretazione dei tre pezzi per coro e orchestra che Berlioz compose nel 1831 (Méditation religieuse, su versi di Th. Moore), nel 1842 (La mort d'Ophélie) e nel 1844 (Marche funèbre pour la dernière scène d'Hamlet) […]: soprattutto il secondo e il terzo sono esempi affascinanti di un carattere essenziale della fantasia di Berlioz, della sua capacità di accendersi con intensità visionaria nella evocazione di un grande personaggio della letteratura. Un personaggio, una situazione, non necessariamente un testo: nella «sinfonia drammatica» ispirata a Romeo e Giulietta le scene fondamentali della tragedia sono raccontate dalla sola orchestra, e i pezzi raccolti in Tristia culminano nella marcia funebre per Amleto, dove al coro sono affidate soltanto dolorose esclamazioni, senza testo […] La disperazione assoluta, la grandiosa visionaria tensione tragica di questa marcia funebre sono state esaltate da Abbado con una intensità insostenibile [...] Non meno ammirevole la poetica delicatezza rivelata nella interpretazione degli altri due pezzi di Berlioz e la magnifica valorizzazione delle musiche di Shostakovic per Re Lear. Il compositore le scrisse in due diverse occasioni, sempre collaborando con il regista Grigorij Kozincev, nel 1941 per un allestimento della tragedia in teatro, nel 1970 per un film. Shostakovic non rifiutava di farsi condizionare da una specifica destinazione, dai tempi e dalle esigenze teatrali o filmiche […] La qualità di queste musiche ne rende auspicabile una diffusione maggiore di quella che sarebbe possibile rispettandone la collocazione ideale nei contesti originari: a Ferrara, come in precedenza a Berlino, sono stati mescolati pezzi per la scena e per il film, e sono stati eseguiti mentre venivano proiettate alcune parti del film di Kozincev […] con grande forza evocativa, suggerendo efficacemente l'unità di intenti di Kozincev e Shostakovic, e la loro comune visione del Re Lear […] Nella musica si ascoltano accenti di scabra violenza, di feroce o amaro umorismo o di dolorosa grandezza che Abbado ha esaltato con una incisiva forza che non si riesce ad immaginare più intensa. Splendida la collaborazione dei già ricordati cori svedesi, della stupenda Mahler Chamber Orchestra e dei solisti […] Successo trionfale.

martedì 10 giugno 2014

Virginia Woolf e William Shakespeare


Se Shakespeare fosse stata una donna?

In ogni caso non potevo evitare di pensare, osservando le opere di Shakespeare allineate sullo scaffale, che almeno su questo aveva[no] ragione: sarebbe stato completamente, assolutamente impossibile per qualunque donna scrivere i drammi di Shakespeare all’epoca di Shakespeare. Lasciatemi immaginare, visto che i fatti sono così difficili da ricostruire, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella straordinariamente talentuosa, dal nome di Judith, poniamo.
Shakespeare in persona – dato che sua madre era un’ereditiera – molto probabilmente ha frequentato il Liceo, dove ha verosimilmente studiato Latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e appreso le basi della grammatica e della logica. È piuttosto noto che era un selvaggio di ragazzino, che contrabbandava conigli e, forse, sparò anche ad un cervo; inoltre, è stato costretto sposare, molto prima di quanto non avesse dovuto, una donna del suo paese, che ha dato alla luce un bimbo molto più in fretta di quanto sarebbe stato il caso. Quest’ultima bravata lo spinse a cercare fortuna a Londra.
Pare che avesse attrazione per il teatro; iniziò come custode dei cavalli degli attori all’entrata del palco. Molto presto riuscì a lavorare in teatro, divenne un attore di successo e visse pienamente al centro di quell’universo, incontrando e conoscendo tutti, facendo esperienza, sviluppando il senso ironico nelle strade; riuscì persino ad avere accesso al palazzo della Regina. Nel frattempo, poniamo che quella sua sorella dal talento straordinario fosse rimasta a casa. Lei era avventurosa, creativa e desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello: ma non fu mandata a scuola. Non ebbe alcuna possibilità di imparare la grammatica e la logica, per non parlare di leggere Orazio e Virgilio. Di quando in quando, prendeva in mano un libro, forse di suo fratello, e leggeva qualche pagina: ma poi i suoi genitori entravano e le dicevano di rammendare le calze o di tener d’occhio la stufa invece di trastullarsi fra carte e libri. Le avranno sicuramente parlato in modo secco ma gentile, poiché erano persone pragmatiche, che conoscevano le regole di vita per le donne e amavano la loro figlia – anzi, molto probabilmente era proprio la luce degli occhi di suo padre.
Verosimilmente scribacchiava qualche pagina, di nascosto in soffitta, ma era molto cauta nel nasconderle o distruggerle dando loro fuoco. Presto, però, prima che compisse vent’anni, fu promessa al figlio di un vicino, che faceva il cardatore di lane. Lei gridò che l’idea del matrimonio le era odiosa e, per questo, fu severamente picchiata da suo padre; poi, però, smise di ostacolarla e, invece, la pregò di non ferirlo o disonorarlo in questa faccenda del matrimonio. Le avrebbe regalato una collana di perline o una sottoveste nuova, disse, con le lacrime agli occhi. Come avrebbe potuto disobbedirgli? Come spezzargli il cuore? Solo la forza del suo talento la spinse a farlo. Riunì in un piccolo fagotto le sue cose, si calò giù con una corda durante una notte d’estate e prese la strada per Londra. Non aveva più di diciassette anni. Gli uccellini che cantavano nei cespugli non erano più musicali di lei: aveva un vivacissimo senso dell’armonia delle parole, un dono pari a quello del fratello e, come lui, era attratta dal teatro. Si presentò alla porta del palco: voleva recitare, disse; gli attori le risero in faccia. L’impresario – un uomo pingue, dalle labbra grassocce – esplose in un riso sgraziatamente chiassoso. Le abbaiò contro qualche storiella su barboncini addestrati a danzare e donne a recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto essere davvero un’attrice; poi alluse a … potete immaginare cosa. Non aveva nessuna possibilità di trovare qualcuno disposto ad insegnarle il mestiere. Come avrebbe potuto andare a cena in una taverna o gironzolare per le strade a mezzanotte? Ciononostante, il suo genio era volto alla letteratura e bramava nutrirsi abbondantemente delle vicende di uomini e donne, osservare i loro modi. Infine, dato che era molto giovane e dai lineamenti stranamente simili a Shakespeare, il poeta, con quegli occhi grigi e sopracciglia arrotondate, ecco che Nick Greene, l’agente teatrale[1], fu impietosito dalla sua situazione; si ritrovò con un bambino in grembo grazie a quel gentiluomo e così – come misurare la violenta passione del cuore di un poeta imprigionato e rinchiuso nel corpo di una donna? –  […]

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé [1929]


[1] Personaggio immaginario.

Il teatro di Shakespeare



“A Londra […] benché il famoso <<vento protestante>> avesse affondato l’Invincibile Armada nel 1588, la paura di un’invasione straniera era ricorrente, e le voci di complotti per uccidere la regina Elisabetta costanti.  […] le spie del governo, penetrando vorticosi, oscuri intrighi sia nelle ambasciate sia a corte, trovarono molte buone ragioni per essere preoccupate. Un gruppo in particolare, la fazione militante protestante e violentemente antispagnola organizzata intorno alla figura dell’ambizioso favorito della regina, il conte di Sussex, venne addestrata specificamente a sventare complotti concreti o potenziali. Il 21 gennaio 1594 la banda di Essex trovò ciò che cercava: il dottore personale della regina, Roderigo (Ruy) Lopez, di origine portoghese, fu arrestato con l’accusa di tramare insieme al re di Spagna che, secondo le lettere intercettate, gli aveva inviato una strabiliante somma di denaro […] per svolgere un’importante missione. […] Secondo tutte le versioni Lopez era un cristiano praticante – un fedele protestante completamente assimilato nell’alta società – e gli inglesi si accontentavano normalmente del conformismo religioso esteriore. Ma il particolare profilo della sua malvagità – avidità, perfidia, malizia segreta, ingratitudine e rabbia omicida – sembrava creare il bisogno di una spiegazione speciale, che avrebbe anche rafforzato l’idea che la regina fosse stata miracolosamente salvata grazie all’intervento divino. Il tradizionale odio nei confronti degli ebrei, insieme alla particolare attualità dell’Ebreo di Malta di Marlowe (il cui antieroe, com’è noto, inizia la carriera di dottore avvelenando i suoi pazienti) conferirono alle origini ebraiche di Lopez un importante significato nella storia del suo complotto. Lopez e i due agenti portoghesi accusati di essere intermediari vennero condannati immediatamente, ma la regina ritardò l’approvazione necessaria a effettuare l’esecuzione senza fornire spiegazioni, e il ritardo provocò ciò che gli ufficiali governativi descrissero come «il generale malcontento della gente, che si aspettava quella condanna a morte». Finalmente, il 7 giugno 1594, il popolo […] fu accontentato. Lopez e gli altri vennero fatti uscire dalla Torre di Londra dove erano detenuti. Invitato a dichiarare eventuali ragioni che avrebbero dovuto impedire l’esecuzione, Lopez replicò che si appellava alla conoscenza e al buon cuore della regina. Dopo l’espletamento delle formalità i tre prigionieri vennero messi su una portantina e condotti tra lo scherno degli spettatori fino a Tyburn, nel luogo dell’esecuzione, dove li attendeva la folla. Chissà se William Shakespeare era tra la folla. Il processo di Lopez, con le lotte interne alle fazioni e le torbide accuse, avevano generato un vivo interesse. E comunque a Shakespeare interessavano le esecuzioni capitali: una delle sue prime farse, La commedia degli errori, è strutturata intorno al conto alla rovescia di un’esecuzione […] Era professionalmente affascinato dal comportamento della plebe e anche dal comportamento di uomini e donne che affrontavano la morte. […] L’esecuzione del dottor Lopez fu un evento pubblico. Se Shakespeare vi avesse assistito personalmente, avrebbe visto e udito qualcosa che andava oltre alla comune, spettrale esibizione di terrore e crudeltà feroce. In conseguenza alla sua condanna, Lopez era evidentemente sprofondato in una profonda depressione, ma sul patibolo si tirò su e dichiarò, secondo lo storico elisabettiano William Camden, che «amava la regina come amava Gesù Cristo». «Il che, detto da uno che si professava ebreo – aggiunse Camden –, scatenò non poche risate tra la folla». Forse furono proprio queste risate scaturite dalla folla ai piedi del patibolo a ispirare lo straordinario risultato ottenuto da Shakespeare con Il mercante di Venezia. Tanto per incominciare, erano crudeli in modo fuori dal comune: nel giro di pochi minuti quell’uomo vivo sarebbe stato impiccato, e il suo corpo sarebbe stato fatto a pezzi. Le risate della folla negavano solennità a quell’evento trattando la morte violenta come motivo di divertimento. Più specificamente, esse negavano a Lopez la fine che cercava di fare, cioè una fine in cui sperava di riaffermare la sua fede di suddito fedele alla regina e di anima cristiana. Alle ultime parole di un morente veniva normalmente attribuita assoluta sincerità: non c’era tempo per gli equivoci, non c’era più alcuna speranza di rimandare, non c’era più alcuna distanza tra se stessi e qualunque giudizio fosse stato in serbo oltre la tomba. Era, nell’accezione più letterale del termine, un momento di verità. Chi era scoppiato a ridere aveva dichiarato apertamente – agli altri e a Lopez – che non lo credeva. «Detto da uno che si professava ebreo»: Lopez non si professava ebreo; aderiva pubblicamente al protestantesimo e invocava Gesù Cristo. Le risate avevano trasformato le ultime parole di Lopez da una professione di fede a una sottile battuta, un doppio senso accuratamente costruito: «Amava la regina esattamente come amava Gesù Cristo». Ovvero: siccome agli occhi della folla Lopez era un ebreo, e siccome gli ebrei non amavano Gesù Cristo, ciò che voleva dire era che aveva cercato di fare alla regina ciò che la sua razza maledetta aveva fatto a Gesù. Le sue parole corrispondevano a una dichiarazione di innocenza, ma la risposta della folla le trasformò in un’ambigua ammissione di colpevolezza. […] La folla rideva perché pensava di trovarsi di fronte a una maliziosa battuta alla Marlowe […] Si trattava, almeno questo era ciò che capivano, della confessione di un potenziale assassino, un uomo per il quale la parola amore in realtà significava odio. Sebbene il suo mestiere gli richiedesse di divertire un pubblico popolare, Shakespeare non era, evidentemente, del tutto a suo agio con quelle risate. Il dramma che scrisse prende a prestito da L’ebreo di Malta, ma allo stesso tempo ne ripudia l’ironia corrosiva, spietata: posso essere qualunque cosa, sembra dire il commediografo, ma non sono uno che ride ai piedi del patibolo, e non sono Marlowe. Ciò che scaturì al posto dell’ironia alla Marlowe non è tolleranza – dopotutto il dramma mette in scena una conversione forzata come prezzo del perdono – ma […], senza mitigare la natura perfida di Shylock, senza negare la necessità di ostacolare le sue intenzioni omicide, il dramma ci ha offerto un accesso troppo grande alla sua vita interiore, un interesse eccessivo nella sua identità e nel suo destino per permetterci di ridere di cuore e senza disagio. Shakespeare fece ciò che Marlowe non scelse mai di fare, e che la folla che rideva all’esecuzione di Lopez non poteva fare: mise sulla carta ciò che immaginava quell’uomo contorto, che stava per essere distrutto, dicesse tra sé e sé: «Io sono un ebreo. Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, un ebreo, organi, membra, sensi, affetti, passione? Non è nutrito dallo stesso cibo, ferito dalle stesse armi, assoggettato alle stesse malattie, curato dagli stessi rimedi, riscaldato e raffreddato dallo stesso inverno e dalla stessa estate, come lo è un cristiano? Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate un torto, non dovremmo vendicarci?» (3.1.49-56).

[S. Greenblatt, Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico, Einaudi, Torino 2005, pp. 297-314, traduzione di  C. Iuli]