martedì 10 giugno 2014

Italo Calvino e Ludovico Ariosto


Italo Calvino racconta l’Orlando furioso
L’inizio
In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa sino a un certo punto: è la protagonista d’un poema rimasto incompiuto, che sta correndo per entrare in un poema appena cominciato. Quelli di noi che ne sanno di più possono spiegare che si tratta d’angelica principessa del Catai, venuta con tutti i suoi incantesimi in mezzo ai paladini di Carlo Magno re di Francia, per farli innamorare e ingelosire e così distoglierli dalla guerra contro i Mori d’Africa e di Spagna.
Intorno ad Angelica in fuga è un vorticare di guerrieri che, accecati dal desiderio, dimenticano i sacri doveri cavallereschi, e per troppa precipitazione continuano a girare a vuoto. La prima impressione è che questi cavalieri non sappiano bene cosa vogliono: un po’ inseguono, un po’ duellano, un po’ giravoltano, e sono sempre sul punto di cambiare idea.
Prendiamo Ferraú: lo incontriamo mentre sta cercando di ripescare l’elmo che gli è caduto in un fiume: quand’ecco passa di lì Angelica, di cui egli è innamorato, inseguita da Rinaldo; Ferraú smette di cercare l’elmo e duella con Rinaldo; nel bel mezzo del duello, Rinaldo propone all’avversario di rimandare la contesa e d’inseguire insieme la fuggitiva; Ferraú smette di duellare e si dà all’inseguimento d’Angelica;, d’amore e d’accordo col rivale; perdutosi nel bosco, si ritrova sulla riva del fiume dove gli era caduto l’elmo; interrompe la ricerca d’Angelica e si rimette alla ricerca dell’elmo; dal fiume esce il fantasma d’un guerriero da lui ucciso che rivendica l’elmo come sua proprietà ed esorta Ferraú, se proprio vuol ornarsi d’un cimiero sopraffino, a conquistarsi in battaglia l’elmo di Orlando; al che Ferraú lascia fiume, elmo e fantasia e fuggitiva e si lancia alla ricerca d’Orlando.


Il meraviglioso della geografia
L’Orlando furioso è un’immensa partita di scacchi che si gioca sulla carta geografica del mondo, una partita smisurata, che si dirama in tante partite smisurate. La carta del mondo è ben più varia d’una scacchiera, ma su di essa le mosse d’ogni personaggio si susseguono secondo regole fisse come per i pezzi degli scacchi.
Se Olimpia è entrata in gioco come una bella donna perseguitata da malvagità e sventure, la sua parte continuerà ad essere quella della bella donna perseguitata da malvagità e sventure. Ora che Orlando l’ha salvata, che il suo nemico più crudele è morto, che s’è ricongiunta con l’uomo per cui era pronta a sacrificare la vita, dovrebbe cominciare per lei la felicità; no, comincerà invece un’altra sequela di guai, perché nella sua figura bellezza e disperazione non possono essere disgiunte.
Bireno, duca di Selandia, è un ben indegno oggetto di così devoto amore: appena liberato mette subito gli occhi addosso a una giovinetta, figlia del nemico ucciso, e simulando ipocritamente un sentimento di pietà, la porta con sé sulla nave, col pretesto di darla in moglie a suo fratello. La verità è che l’ingrato non vede l’ora di abbandonare Olimpia in un’isola.
Bireno, sbarcato con Olimpia su un’isola deserta nei pressi della Scozia, in piena notte, mentre la moglie dorme più profondamente di un ghiro, sguscia fuori dalla tenda e si rimette in mare in tutta fretta ma nel più assoluto silenzio, con il suo seguito. La bella donna, rimasta abbandonata, dorme fino allo spuntar del sole. Ancora mezza addormentata stende la mano per abbracciare Bireno, ma inutilmente.
In ogni canto dell’Orlando furioso la mappa del mondo si dispiega tutta contemporaneamente sotto l’occhio del lettore, e lo stesso sguardo abbraccia sullo scoglio scozzese Olimpia come impietrita dal dolore e nelle Indie Ruggiero che fugge dai paradisi del piacere a quelli della saggezza, da Alcina a Logistilla.
Nel regno di Logistilla, Ruggiero ritorna in possesso dell’Ippogrifo, finalmente domato e obbediente al suo comando. Sulla nostra scacchiera l’ippogrifo è un pezzo privilegiato: a chi lo cavalca è permesso di sorvolare in una sola mossa continenti interi. Una fantasiosa geografia d’Asia e d’Europa scorre sotto gli occhi di Ruggiero, finché egli non decide di calare in Inghilterra, donde sta per partire un esercito in soccorso di Carlo Magno assediato. Descrivere una sfilata delle truppe d’Inghilterra, Scozia e Irlanda potrebbe ridursi a un arido elenco se non fosse per la scommessa che il poeta fa con se stesso: riuscire a italianizzare quanti più nomi inglesi può.

L’impresa fonetica di Ariosto diventa una nuova imprevista avventura del poema.          

La guerra del Golfo.

1. Ah letizia…
Ah letizia del mattino!
Sopra l’erba del giardino
la favilla della bava,
della bava del ragnetto
che s’affida al ventolino. 
Lontanissime sirene
d’autostrada, il sole viene!
Che domenica, che pace!
È la pace del vecchietto,
l’ora linda che gli piace.
Le formiche in fila vanno.
Vanno a fare, ehi! qualche danno
alle pere già mature…
Quanto sole è sul muretto!
Le lucertole lo sanno.


2. Lontano lontano…
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.
Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.
Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!
Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.
E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!
Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?
Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.


3. Se la tazza…
Se la tazza mi darai
che mi piace, la mia tazza
con il manico marrone,
gentilissima ragazza,
tu felice mi farai.
Il suo manico ha il colore
del più vivo e ricco tè
ma riflette anche il turchino
del leggero cielo se
è leggero come te.


 4. Gli imperatori…
Gli imperatori dei sanguigni regni
guardali come varcano le nubi
cinte di lampi, sui notturni lumi
dell’orbe assorti in empi o rei disegni!
Già fulminanti tra fetori e fumi
irte scagliano schiere di congegni:
vedi femori e cerebri e nei segni
impressi umani arsi rappresi grumi.
A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri
giorni occidui si avvivano i vigneti
e i seminati e di fortuna un riso.
Noi bea, lieti di poco, un breve riso,
un’aperta veduta e i chiusi inchiostri
che gloria certa serbano ai poeti.


5. Come presto…
Come presto è passato l’inverno
fra clamori terribili e vani!
Le battaglie di popoli estrani
che mai sono in confronto all’eterno,
all’eterno degli ippocastani
che dai ceppi si industriano lenti
a sperare germogli lassù?
E tu assorta graziosa annoiata
sul terrazzo, in pigiama pervinca,
forse chiedi al mattino che vinca
come il sole la bruma ostinata
così il bene sui campi cruenti?
Ma è domenica, è marzo: non senti
che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?


6. Aprile torna…
Aprile torna e a sera un frescolino
irrita gote di ragazze accese:
in un palio ciclistico protese
volanti rubiconde mutandine.
Come rauche ora vociano parole
quasi laide nell’aria della sera!
Fu dolce, in altro tempo, primavera.
Godono pepsi cola ignude gole.
I ragazzi le annusano. Una bella
passò, di zinne e deltoidi ribaldi
e d’altro che acre un dì mi fu diletto.
Ma come mai sensibile diletto
trovar non so che me attonito scaldi?
Sì, d’aprile il dormire è cosa bella.


7. Se mai laida…
Se mai laida una limaccia
quando a ottobre l’aria è spenta
lenta bava perse lenta
che di lunga e liscia traccia
porri o sedani segnò,
metaldèide in grigi grani
fai che inghiotta; e a globo stretta
plasma e anima rimetta.
Quanti soli già lontani
la lucertola mirò!
Lento a dèi crudeli e ignoti
va il mio bruno ultimo fiele…
Dove volgi, ansia fedele?
A che vomito mi voti,
cara meta che non so?


Franco Fortini

Il Politecnico di Vittorini

<< Il  Politecnico >>

Il primo numero del <<Politecnico>> esce il 29 settembre 1945 e ha come sottotitolo <<settimanale di cultura contemporanea>>. La guerra è finita da pochi mesi e il giornale cerca di rispondere alla fame di cultura di un paese segnato pesantemente dal fascismo.
<<Il Politecnico>> rappresenta uno dei tentativi più importanti, pur nella breve durata della sua esistenza (1945-1947), e uno dei risultati culturali più significativi del clima civile creato dalla Resistenza. Direttore è Elio Vittorini, editore Giulio Einaudi. Dal I° maggio 1946 diventa mensile. Dopo i 28 numeri come settimanale, escono dieci numeri nella nuova veste di mensile, fino al dicembre 1947. Tra i redattori: Franco Calamandrei, Vito Pandolfi, Franco Fortini, Albe Steiner.
Esplicito il richiamo - fin dal titolo - agli studi promossi da Carlo Cattaneo, in nome di un’idea di progresso civile e culturale capace di unire sapere umanistico e sapere scientifico. Vittorini cerca di far interagire discipline diverse tra loro (economia, letteratura, storia, marxismo) in un tentativo di sprovincializzazione e con intenti divulgativi, non solo in termini di diffusione di cultura ma di rieducazione democratica. Grande importanza hanno i testi letterari (tra quelli stranieri: Hemingway, Blok, Eluard, Brecht, Eliot, Kafka). Notevole la grafica curata da Albe Steiner, non solo nell’alternanza dei << rossi >> e dei << neri >> delle copertine, ma anche nell’uso delle fotografie e dei fumetti.
Nel maggio-giugno 1946 ci sono i primi scontri con il Pci: Mario Alicata dalle colonne di <<Rinascita>> attacca il mensile. Tra <<Il Politecnico>> e il Partito comunista c’è una differenza sostanziale nel modo di intendere la cultura. Secondo la lettura data da Gian Carlo Ferretti: da una parte un rapporto quasi istituzionale con Jean-Paul Sartre e << Les Temps Modernes >>, dall’altra un ambito prevalentemente italianistico; un’apertura alla cultura europea e mondiale per gli uni, un legame privilegiato con la tradizione storicistico-realistica per gli altri; la piena disponibilità alla discussione contro il richiamo all’ortodossia ideologica; il giudizio critico sugli scrittori e il giudizio politico ecc. Dopo la replica di Vittorini, interviene Palmiro Togliatti nella celebre lettera pubblicata nel numero 33/34, del settembre-dicembre 1946. La rivista continua ancora per qualche numero e concede uno spazio sempre maggiore alla letteratura. L’ultimo numero esce nel dicembre 1947.


Bertolt Brecht. Tre poesie

DALLE BIBLIOTECHE

escono i massacratori.

Stringendo a sé i figli
stanno le madri e scrutano atterrite
nel cielo le scoperte dei sapienti.



AL MOMENTO DI MARCIARE  MOLTI NON SANNO

che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.



QUANDO LA GUERRA COMINCIA

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.

Andranno in guerra, non
come ad un massacro, ma
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.



Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi, Torino 1967, pp. 120-123.

26 aprile 1986

Du 26 avril 1986 au 15 décembre 2000, date de la fermeture de la centrale nucléaire de Tchernobyl, retrouvez les étapes de cet accident majeur, dont les conséquences ont été bien plus graves et dramatiques que les autorités ne l'avaient envisagées.

26 avril 1986 : 1h23 du matin, le réacteur numéro 4 de la centrale nucléaire de Tchernobyl en URSS (l’Ukraine aujourd’hui) explose. La dalle supérieure (pesant 2000 tonnes) du réacteur est soufflée. Un dysfonctionnement du système de régulation serait en cause. Mais également une accumulation d’erreurs techniques. Rejet à l’extérieur de produits radioactifs contenus dans le cœur. Une partie du cœur du réacteur est pulvérisée sur les bâtiments voisins.
Les pompiers de la ville voisine accourent pour éteindre l'incendie. En vain. Sans protection, deux soldats du feu meurent, 27 décèderont dans les mois suivants.

27 avril 1986 : largage de 5000 tonnes de matériaux sur le cœur grâce à des hélicoptères. L’évacuation des habitants de la ville voisine de Pripyat commence. L'incendie dure 10 jours.
28 avril 1986 : la Suède alerte la communauté internationale d’un fort taux de radioactivité sur son territoire. Les autorités russes annoncent enfin l’accident.

29 avril 1986 : le nuage de Tchernobyl arrive en France. Une équipe de mineurs est réquisitionnée pour creuser une galerie depuis le réacteur jusque sous le magma. L’eau est vidée et une chambre de refroidissement est créée. Elle sera par la suite remplacée par du béton arrêtant la descente du cœur fondu. Des soldats réservistes (les liquidateurs) viennent également déblayer le toit des débris très radioactifs.
30 avril 1986 : le SCPRI (Service central de protection contre les rayons ionisants) en France annonce que la situation est sous contrôle et qu’aucune hausse de la radioactivité n’a été constatée en France.
1er mai 1986 : les personnes situées dans un rayon de 30 km autour du site sont évacuées. L’opération se déroule jusqu'à la fin du mois d'août.
5 mai 1986 : évacuation de toute la population de la ville de Tchernobyl. Mise en place d'un système de refroidissement à l'azote. On refroidit à nouveau ce qu’il reste du cœur.
6 mai 1986 : La radiation chute en moins de 20 minutes. Le cœur du réacteur s'est solidifié.
Août 1986 : De nouveaux villages sont construits pour accueillir les personnes évacuées.
Novembre 1986: Les travaux de construction d’un sarcophage de béton autour du réacteur commencent. Entre 600 000 et 800 000 personnes venues de toute l’URSS viennent travailler sur le site entre 1986 et 1992.
1987 : procès à huit clos de la direction de la centrale.
Novembre 1996 : 10 ans après la catastrophe, le réacteur numéro 1 est définitivement arrêté.
1998 : arrêt du réacteur numéro 3 pour des réparations sur les systèmes de refroidissement et de sécurité.
1999 : travaux de réfection des systèmes de surveillance du sarcophage. Et redémarrage du réacteur numéro 3.
28 mars 2000 : construction de l’unité de stockage de combustible irradié.
29 mars 2000 : l’Ukraine prépare la fermeture définitive de la centrale.
Juillet-novembre-décembre 2000 : Séries d’incidents sur le réacteur 3
15 décembre 2000 : Tchernobyl cesse toute activité.

[Fonte: http://www.rfi.fr/europe/20110425-chronologie-accident-nucleaire-tchernobyl/ ]

Le canzoni di Franco Fortini

Patria mia

( musica di Sergio Liberovici,1958)

Fratelli d’Italia
Tiriamo a campare!
Governare ed altare
Si curan di te…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé.

Ciascun per sé
Una piccola casa
Una piccola moglie,
un piccolo lavoro,
una speranza piccola così
una piccola messa la domenica…
- e Iddio per tutti.

Fratelli d’Italia
Tiriamo a campare!
Bisogna accettare
La vita com’è…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Ciascuno per sé
Un piccolo silenzio
Un piccolo peccato,
una piccola coscienza,
un pentimento piccolo cosí,
una piccola Fiat per la domenica…
- e Iddio per tutti.


Fratelli D’Italia
Tiriamo a campare!
Fra l’alpi e il mare
Son troppi i perché…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Ciascuno per sé:
una piccola vita
una piccola pietà
una piccola viltà
una libertà piccola cosí,
una piccola morte ogni domenica
- e Iddio per tutti.

Fratelli d’Italia,
tiriamo a campare!
Governo ed altare
Si curan di te…
Fratelli d’Italia,
ciascun per sé!
Peperepepé

Fratelli D’IItalia
Non basta campare,
non basta aspettare
chi pensi per te.
Fratelli d’Italia,
nessuno è per sé!

Nessuno è per sé:
un semplice coraggio,
un semplice rifiuto,
un semplice”Mai Piú”,
una verità semplice così.
Basta un semplice “No”,una domenica,
tutti per tutti!
  




Tutti gli amori
( musica di Sergio Liberovici,1958)

Io non avrei creduto mai
che un giorno ti avrei visto senza gioia
tu non avresti mai creduto
che un giorno avrei vissuto senza te.

Nulla rimane uguale
si muta il bene in male
si muta il bianco in nero
ma quel che è stato vero
sempre ritornerà.

Tutti gli amori cominciano bene
l’amore d’una donna
l’amore d’un lavoro
e anche l’amore per la libertà.

Spesso gli amori finiscono male
chi tanto amò va via
lavoro è servitú
la libertà diventa bugia.

Ma non si perde piú
quel che è stato vero un anno un giorno
altri nel mondo vi vorranno bene
altri lavoreranno senza pene
altri vivranno in libertà.

Io non avrei creduto mai
di rivedere il popolo ingannato
tu non avresti mai creduto
che chi sfrutta insegni la virtú.

Nulla rimane uguale
si muta il bene in male
si muta il bianco in nero
ma quel che è stato vero
sempre ritornerà.

Tutti gli amori cominciano bene
l’amore d’una donna
l’amore d’un lavoro
e anche l’amore per la libertà.

Spesso gli amori finiscono male
chi è amato non sa amare
lavora chi tradí
la libertà è di chi la può comprare.

Ma ricomincia qui
quel che è stato vero un nostro giorno
tanti nel mondo già si voglion bene
tanti lavoran già senza più pene
Tanti già ridon nelle libertà.



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