martedì 10 giugno 2014

Anna Foa e Natalia Ginzburg

Lessico famigliare mi ha sempre perseguitato”, Anna Foa racconta Natalia Ginzburg
A cinquant'anni del premio Strega, la storica ricorda come quel libro abbia raccontato la vita della sua famiglia e come la scrittrice si sia convertita al cattolicesimo

“Pretenziosa e sarcastica”: è con questi due aggettivi che in Lessico famigliare Natalia Ginzburg la immortala. Allora Anna Foa era solo una bambina, oggi è una storica affermata (di recente ha pubblicato per Laterza Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ’43). Ma già a quel tempo Anna – racconta la Ginzburg – discuteva con la madre di “Gesù e Stalin”.
In quel romanzo, che cinquant’anni fa vinse il premio Strega, c’è tutto il mondo dell’infanzia della figlia del politico, giornalista e scrittore Vittorio Foa: l’antifascismo, la cospirazione, le amicizie, i litigi, gli amori. E rimane fondamentale, soprattutto perché – spiega a Donneuropa la professoressa Foa – ha “raccontato l’unica aristocrazia intellettuale italiana, contribuendo alla sua mitizzazione”.

Che effetto fa ritrovarsi in un romanzo che è entrato nella storia della letteratura italiana?
Lessico famigliare mi ha sempre perseguitato. Quando uscì, un giovane professore del mio liceo classico lo lesse e cominciò a prendermi in giro in classe, apostrofandomi con i due aggettivi con i quali mi descriveva la Ginzburg, “pretenziosa e sarcastica”. Natalia mi aveva conosciuta quando ero piccolissima. Lei era molto amica sia di mia madre sia di mio padre, con il quale però il rapporto si consolidò successivamente.

Con sua madre, Lisa Giuia, com’era nata l’amicizia?
Era nata dalla comune adesione agli ideali dell’antifascismo e della Resistenza. Il gruppo di Giustizia e Libertà di Torino era stato in gran parte imprigionato. Il marito di Natalia, Leone Ginzburg, fu mandato al confino, dove Natalia lo seguì. Mia madre invece la Resistenza l’aveva fatta in prima persona. Lei e Natalia si vedevano e si frequentavano, come viene raccontato in Lessico famigliare.

La narrazione nel romanzo corrisponde ai suoi ricordi?
Gli episodi che Natalia racconta sono probabilmente veri, ed è sicuramente vero quello che dice della mia famiglia: per quanto posso testimoniare e ricordare, le cose stavano proprio così. Per esempio il ritratto che fa di mia madre corrisponde esattamente alla realtà. Certo, è possibile che io ricordi quel tempo attraverso il filtro di Lessico famigliare. Però credo che Natalia abbia rielaborato in maniera molto fedele, anche se con un linguaggio proprio, la vita di un intero mondo intellettuale e politico.

Invece il rapporto con suo padre, Vittorio, viene costruito dopo.
Natalia ovviamente conosceva mio padre già molto prima. Però il loro rapporto si è consolidato negli anni Ottanta, diventando anche molto intenso. Si sentivano al telefono ogni mattina alle sette, e quando Natalia diventò deputato del Partito comunista, la conversazione serviva a chiarire cosa lei dovesse fare in parlamento. Mio padre sosteneva che Natalia di politica “non capiva niente”.

Si trovavano d’accordo?
Tra loro due ci fu uno scontro quando si trattò di cambiare nome al Pci. Natalia voleva assolutamente che rimanesse identico, invece mio padre, cui piaceva molto mostrare di saper guardare avanti, sosteneva che fosse necessario cambiarlo.

Il suo rapporto con la Ginzburg invece com’era, Anna?
Ho parlato varie volte con Natalia di religione. All’epoca cominciavo ad avvicinarmi all’ebraismo e lei era molto incuriosita da questo mio percorso. Parlavamo a lungo, anche se Natalia non si scopriva mai molto. Io le spiegavo il mio punto di vista, e cioè che l’ebraismo non prevedesse un’insistenza sulla fede in Dio, perché l’appartenenza, la ritualità, sono molto più importanti e centrali di Dio e della fede – tanto è vero che la parola fede, nell’ebraismo, non esisteva nemmeno sino al medioevo… E lei mi domandava: “Ma come può non essere la stessa cosa l’ebraismo e la fede in Dio?”

Convinse la Ginzburg a seguirla nell’avvicinamento all’ebraismo?
No, nemmeno volevo farlo, d’altronde. Ne parlavamo, lei mi sembrava incuriosita. E infatti rimasi molto colpita quando scoprii che si era convertita al cattolicesimo.

Come l’ha scoperto?
Perché Natalia ebbe un funerale cattolico. E ciò significa che lo richiese. Certo, è vero che Natalia era figlia di una madre non ebrea, e secondo la legge si è ebrei solo se si nasce da madre ebrea. Natalia però aveva questa oscillazione, l’inquietudine di chi appartiene a entrambi i mondi, anche se sua madre non aveva ricevuto un’educazione cattolica. Secondo me, Natalia aveva pochissimo di cattolico nella sua scrittura, nel suo modo di essere. Probabilmente, come mi disse mio padre, si era convertita soltanto per sposarsi con il suo secondo marito, Gabriele Baldini. La mia sensazione è che lei non avesse una fede, ma ne fosse molto attratta. Però, ripeto, so pochissimo di cosa lei sentisse. E anche la conversione, il funerale religioso, di per sé significano pochissimo.

Perché secondo lei, da storica, Lessico famigliare è un libro che è rimasto?
Lessico famigliare racconta l’unica aristocrazia che abbiamo in Italia. O meglio, in quel romanzo essa viene esplicitamente raffigurata come un’aristocrazia: il mondo degli intellettuali torinesi, un universo che ha rappresentato molto dal ’63 in poi, affascinando generazioni e generazioni di persone. Penso che l’impatto che questo romanzo ha avuto sia assolutamente anomalo rispetto a ciò che è: un libro di memorie, sia pure scritte in maniera straordinariamente nuova.

Come si spiega la sua permanenza, allora?
Secondo me, Lessico Famigliare ha rivelato a un’Italia che aveva bisogno di miti un mondo che aveva tutte le caratteristiche per essere mitizzato.

Non era già di per sé un mondo mitico?
Non prima di quel libro. Il fascino degli intellettuali torinesi antifascisti si costruisce a partire da Lessico famigliare. Sì, c’era già stato Primo Levi, però le memorie di Natalia consolidano definitivamente l’importanza di quel mondo. E per questo ancora oggi siamo qui a parlarne.




Francesco De Sanctis e Boccaccio

Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino 1971, pp. 314-330.

Se ora apri il Decamerone, letta appena la prima novella, gli è come un cascar dalle nuvole e un domandarti col Petrarca: “Qui come venn'io o quando?”. Non è una evoluzione, ma è una catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì all'altro ti presenta il mondo mutato. Qui trovi il medio evo non solo negato, ma canzonato.   Ser Ciapperello è un Tartufo anticipato di parecchi secoli, con questa differenza, che il Molière te ne fa venire disgusto e ribrezzo, con l'intenzione di concitare gli uditori contro la sua ipocrisia, dove il Boccaccio ci si spassa con l'intenzione meno d'irritarti contro l'ipocrita che di farti ridere a spese del suo buon confessore e de' creduli frati e della credula plebe. Perciò l'arma del Molière è l'ironia sarcastica; l'arma del Boccaccio è l'allegra caricatura. Giovanni Boccaccio sotto un certo aspetto fu il Voltaire del secolo decimoquarto.  
Molti se la pigliano col Boccaccio e dicono ch'egli guastò e corruppe lo spirito italiano. Egli medesimo in vecchiezza fu preso dal rimorso e finì chierico, condannando il suo libro. Ma quel libro non era possibile, se nello spirito italiano non fosse già entrato il guasto, se “guasto” s'ha a dire. Ove le cose, di cui ride il Boccaccio, fossero state venerabili, poniamo pure ch'egli avesse potuto riderne, i contemporanei ne avrebbero sentita indignazione. Ma fu il contrario. Il libro parve rispondere a qualche cosa che volea da lungo tempo uscir fuori dalle anime, parve dire a voce alta ciò che tutti dicevano nel loro segreto, e fu applauditissimo. Il Boccaccio fu dunque la voce letteraria di un mondo, quale era già confusamente avvertito nella coscienza. C'era un segreto: egli lo indovinò, e tutti batterono le mani. Questo fatto, in luogo d'essere maledetto, merita di essere studiato. 
Il carattere del medio evo è la trascendenza, un dì là oltreumano ed oltrenaturale, fuori della natura e dell'uomo, la perfezione e la virtù fuori della vita, la legge fuori della coscienza, lo spirito fuori del corpo, e lo scopo della vita fuori del mondo. L'ascetismo era il frutto naturale. La vita quaggiù perdeva la sua serietà e il suo valore. L'uomo dimorava con lo spirito nell'altra vita. E la cima della perfezione fu posta nell'estasi, nella preghiera e nella contemplazione.  Così nacque la letteratura teocratica, così nacquero le leggende, i misteri, le visioni, le allegorie: così nacque la Commedia, il poema dell'altra vita. Il pensiero non aveva intimità, non calava nell'uomo e nella natura, ma se ne teneva fuori, tutto intorno alla natura e alle qualità degli enti, che erano le stesse forze umane e naturali sciolte dall'individuo ed esistenti per sé stesse. Le astrazioni dello spirito divennero esseri viventi. Come il mondo scolastico fu popolato di esseri astratti, così il mondo poetico fu popolato di esseri allegorici, l'uomo, l'anima, la donna, l'amore, le virtù, i vizi. Il sentimento, come frutto di inclinazioni umane e naturali, era peccato. Le passioni erano scomunicate. La poesia era madre di menzogne. Il teatro cibo del diavolo. Il sentimento, reietto come senso e costretto ad esser ragione, strappato dal cuore umano, divenne anch'esso un universale, un fatto esteriore, ora simbolico, ora scolastico. Il padre de' sentimenti, l'amore, divenne un fatto filosofico, forza unitiva. Così nacque la lirica platonica, dal Guinicelli al Petrarca. Il senso e l'immaginazione si ribellavano contro questo platonismo. Ed è in questa ribellione, ancoraché poco scrutata e poco accentuata, che è la grandezza della lirica petrarchesca. Rappresentare i moti del cuore e della immaginazione nella loro naturalezza e intimità era vietato. E colui che più gustò di questo frutto proibito, fu il Petrarca.   L'immaginazione era un istrumento dell'intelletto, destinata a creare forme e simboli di concetti astratti. Lo sa il povero Dante. Nessuno ebbe mai l'immaginazione così torturata. E nacquero forme simboliche e intellettuali, nella cui generalità scomparve l'individuo con la sua personalità. Erano forme tipiche, generi e specie, anziché l'individuo. La regina delle forme, la donna, non poté sottrarsi a questa invasione degli universali, e rimase un ideale più divino che umano, bella faccia, ma faccia della sapienza, più amata che amante, e amata meno come donna che come scala alle cose celesti. Così nacquero Beatrice e Laura. Certo, a nessuno è lecito parlare con poca riverenza di questo mondo dell'autorità che segna un momento interessantissimo nella storia dello spirito umano, e che ha pure il suo fondamento nella vita. Questa elevazione dell'anima in se stessa, e al di sopra de' limiti ordinari della vita reale, è il lato eroico dell'umanità. Tutto ciò che ci fa disprezzare la vita e le ricchezze e i piaceri, è degno di stima.   Ma è uno stato di tensione e di disquilibrio che non può aver durata. L'arte, la coltura, la conoscenza e l'esperienza della vita lo modificano e lo trasformano.   L'arte, impossessandosi di questo mondo, lo umanizza, lo accosta all'uomo e alla natura, lo mescola di altri elementi, vi fa penetrare le passioni e i furori del senso. Non ci hai ancora equilibrio; non ci hai qualche cosa che sia la vita nella sua intimità, insieme paradiso e inferno; ma già di rincontro al paradiso hai l'inferno, di rincontro a Beatrice hai Francesca da Rimini. Nel Canzoniere quel mondo si spoglia pure le sue forme natie, teologiche, scolastiche, allegoriche, e prende aspetto più umano e naturale. Ma già quel mondo nel Canzoniere non ha più il calore dell'entusiasmo e della fede. Il sentimento religioso, morale, politico vive fiaccamente nella coscienza del poeta; e il posto rimasto vuoto è occupato dall'arte. Questo infiacchirsi della coscienza, questo culto della bella forma fra tanta invasione di antichità greco-romana sono i due fatti caratteristici della nuova generazione, che succede all'età virile e credente e appassionata di Dante. Quegli uomini non si appassionano più per le dottrine, e non cercano il vero sotto i “versi strani”; la “bella veste” li appaga. I loro studi non hanno più a guida l'investigazione della verità, ma l'erudizione: c'è il sapere per il sapere. Ci sono ancora gli scolastici, che chiamano il Petrarca un insipiente, ma le loro querele si sperdono nel plauso universale, che pone il Petrarca accanto a Virgilio . La coltura e l'arte sono i nuovi idoli dello spirito italiano.  
Giovanni Boccaccio, nato il 1313, nove anni dopo il Petrarca e otto prima della morte di Dante, “non pienamente avendo imparato grammatica”, come scrive Filippo Villani, “volendo e costringendolo il padre per cagione di guadagno, fu costretto ad attendere all'abbaco, e per la medesima cagione a peregrinare”. Il padre era un mercante fiorentino, e alla mercatura indirizzò il figlio. Quando i giovani appena cominciavano i loro studi nella università, il nostro Giovanni faceva, come si direbbe oggi, il commesso viaggiatore in servigio del padre, e il suo libro era la pratica e la conoscenza del mondo. Girando di città in città, si mostrava più dedito alle piacevoli letture e a' passatempi che all'esercizio della mercatura, e più uomo di spirito e d'immaginazione che uomo d'affari.  Venuto in Napoli a ventitrè anni, menava vita signorile, bazzicava in corte, usava co' gentiluomini, spendeva largamente, amoreggiava, scribacchiava, leggicchiava. Dicesi che alla vista della tomba di Virgilio rimase pensoso e sentì la sua vocazione poetica. Fatto è che il buon padre, visto che non se ne potea cavare un mercante, pensò farne un giureconsulto, e lo mise a studiare i canoni, con gran rincrescimento del giovane, che chiama sciupato il tempo messo a fare il mercante e ad imparare i canoni. Finalmente, libero di sé, si gittò agli studi letterari, e come portava il tempo, si die' al latino e al greco, e si empì il capo di mitologia e di storia greca e romana. Ei menava la vita, mezzo tra gli studi e i piaceri, spesso viaggiando, non più a mercatare, ma a cercar manoscritti. Il Petrarca non era ancora comparso sull'orizzonte: tutto era pieno di Dante, e tra' suoi più appassionati era il nostro poeta. Frutto della sua ammirazione fu la Vita di Dante, uno de' suoi lavori giovanili. Ma egli poteva ammirarlo, non comprenderlo, perché lo spirito di Dante non era in lui. Formatosi fuori della scuola, alieno da ogni seria coltura scolastica e ascetica, profano anziché mistico ne' sentimenti e nella vita, si foggiò un Dante a sua immagine. Chi vuol conoscere le opinioni e i sentimenti del nostro giovane, legga quel libro e vi troverà già la stoffa, da cui uscì il Decamerone. Nessuna originalità e profondità di pensiero, nessuna sottigliezza di argomentazione; tutto vi è dimostrato, anche le più comuni verità, ma il fondamento della dimostrazione non è nell'intelletto, è nella memoria; non hai innanzi un pensatore, né un disputatore, ma un erudito. Vuol mostrare l'ingratitudine di Firenze verso Dante, ed ecco uscir fuori Solone, “il cui petto uno umano tempio di divina sapienza fu reputato”, e la Siria, la Macedonia, la greca e la romana repubblica, e Atene, e Argo, e Smirne, e Pilos, e Chios, e Colofon, e Mantova, e Sulmona, e Venosa, e Aquino. “Tu sola, ” conchiude il poeta “quasi i Cammilli, i Publicoli, i Torquati, Fabrizi, Catoni, Fabi, Scipioni ... in te fossero, ... avendoti lasciato il tuo antico cittadino Claudiano cader dalle mani, non hai avuto del presente poeta cura, ma l'hai da te scacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo soprannome”. Volendo parlar di Dante, comincia ab ovo, dalla prima fondazione di Firenze. Spesso lascia lì Dante ed esce in lunghe digressioni, tra le quali è notabile quella sulla natura della poesia. Secondo lui, il linguaggio poetico fu trovato per porgere “sacrate lusinghe” alla divinità, con parole lontane “da ogni altro plebeo e pubblico stile di parlare” e “sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse e cacciassesi il rincrescimento e la noia”. I poeti imitarono “dello Spirito santo le vestigie”, perché come nella divina Scrittura, “la quale teologia appelliamo, quando con figura di alcuna storia, quando col senso di alcuna visione”, si mostra l'“alto mistero della Incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa ... così i poeti, ... quando con finzioni di vari iddii, quando con trasmutazioni di uomini in varie forme, quando con leggiadre persuasioni ne dimostrano le cagioni delle cose e gli effetti delle virtù e de' vizi”. Poi spiega ciò che lo Spirito santo volle mostrare nel rogo di Mosè, nella visione di Nabuccodonosor, nelle lamentazioni di Geremia; e ciò che i poeti vollero mostrare in Saturno, Giove, Giunone, Nettuno e Plutone e nelle trasformazioni di Ercole in dio e di Licaone in lupo, e nella bellezza degli Elisi e nell'oscurità di Dite. E ribattendo quelli che chiamano i poeti antichi “uomini insensati”, inventori di favole “a niuna verità convenienti”, conclude che “la teologia e la poesia quasi una cosa si posson dire”, anzi che la “teologia niun'altra cosa è che una poesia d'Iddio” e “poetica finzione”. L'erudito poeta non si arresta qui, e ci regala la favola di Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, per darci spiegazione perché i poeti avevano la corona d'alloro. Di quello che fu il mondo interiore di Dante, qui non è alcun vestigio; invece il mondo esterno vi è sviluppato fino all'aneddoto, fino al pettegolezzo. Ci si vede uno spirito curioso e profano che cerca il maraviglioso e lo straordinario negli accidenti umani, disposto a spiegarli con la superficialità di un erudito e di un uomo di mondo, o “del secolo”, come si diceva allora. Spende le ultime pagine ad almanaccare sopra un sogno attribuito alla madre di Dante e vi fa pompa di tutta la sua erudizione. Sotto il suo sguardo profano Beatrice perde tutta la sua idealità, e l'amore di Dante, scacciato dalle sue regioni ascetiche e platoniche e scolastiche, acquista una tinta romanzesca. Il nostro Giovanni non si fa capace come Dante a nove anni abbia potuto amare Beatrice. Il caso gli pare strano, e ne cerca diverse spiegazioni. Forse fu “conformità di complessioni o di costumi”; forse anche “influenza da cielo”. Ma queste spiegazioni non lo appagano, e si ferma in quest'altra, che cava dall'esperienza. Dante, secondo lui, vide Beatrice in una festa il primo di maggio, quando la “dolcezza del cielo riveste dei suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de' fiori mescolati tra le verdi fronde la fa ridente, e per esperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza de' suoni, per la generale allegrezza, per la delicatezza de' cibi e de' vini, gli animi eziandio degli uomini maturi non che de' giovanetti ampliarsi e divenire atti a poter leggermente esser presi da qualunque cosa che piace”.  Dante dunque amò fanciullo per la stessa ragione che può amare un uomo maturo; i cibi e i vini delicati e l'allegrezza generale, ecco ciò che dispose il suo animo all'amore. Beatrice era per Dante “angeletta bella e nova”, senza contorni e senza determinazioni scesa di cielo a mostrare le bellezze e le virtù che le piovono dalle stelle. Tutto questo non entra al Boccaccio, il quale vuol pure spiegarsi come la potè parere un'angioletta, e si foggia nella profana immaginazione una bella immagine di fanciulla, e la descrive così: 
 “Assai leggiadretta secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che 'l suo picciolo tempo non richiedeva; ed oltre a questo, aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi un'angioletta era reputata da molti.”  Ecco un'angioletta di carne; eccoci dalle mistiche altezze di Dante caduti in piena fisiologia e notomia. Dante amò, perché tra vivande e sollazzi l'animo è disposto ad amare; e Beatrice parea quasi un'angioletta, perché era fatta così e così. Beatrice muore a ventiquattro anni. Il nostro biografo non se ne maraviglia, perchè “un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo, ... ci conduce” alla morte. I parenti e gli amici per consolare Dante gli diedero moglie:  “Oh menti cieche, oh tenebrosi intelletti!”, esclama il nostro scapolo e nemico dell'amore regolato. “Qual medico” egli aggiunge   “s'ingegnerà di cacciare l'acuta febbre col fuoco, o 'l freddo delle midolla delle ossa col ghiaccio o colla neve?”.  

E qui da uomo esperto della materia parla della natura e de' fenomeni dell'amore e dell'indole delle donne, e delle noie e degli affanni de' mariti, e compiange il povero Dante. Dipinge con tocchi sicuri, e in certi punti è eloquente, perché qui è in casa sua. Udite questo periodo: “Possiamo pensare quanti dolori nascondono le camere, li quali da fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacia trapassa le mura, sono riputati diletti”. Ma Dante, secondo ch'egli narra, dimenticò presto moglie e Beatrice, e si die' all'amore delle donne: ciò che l'indusse al gran viaggio nell'altro mondo, ove se ne fece così aspramente rimproverare da Beatrice. Il quale amore non pare poi un così gran peccato al nostro scapolo: “Chi sarà tra' mortali giusto giudice a condannarlo? Non io”. Ed ecco venire innanzi l'erudito, e citare parecchi casi di uomini illustri vinti dalle donne, Giove, Ercole, Paride, Adamo, Davide, Salomone, Erode. Ti par di assistere a una parodia. Eppure niente è più serio. Il giovane è pieno di ammirazione verso Dante che chiama un “iddio fra gli uomini”, e crede con questa Vita riparare alla ingratitudine di Firenze e alzargli un monumento.  La Vita di Dante è una rivelazione. Qui dentro si manifesta l'autore in tutta la sua ingenuità e spontaneità: vi trovi il nuovo uomo che si andava formando in Italia. Mette in un fascio mondo sacro e profano, Bibbia e mitologia, teologia e poesia: la teologia è una “poesia di Dio”, una “finzione poetica”. Questa strana mescolanza era già comune al secolo; Dante stesso ne dava esempio. Ma dove Dante tirava il mondo antico nel circolo del suo universo e lo battezzava, lo spiritualizzava, il Boccaccio sbattezza tutto l'universo e lo materializza. In teoria ammette la religione, e parla con riverenza della teologia, che ci fa conoscere “la divina essenza e le altre separate intelligenze”. Ma in pratica questo mondo dello spirito rimane perfettamente estraneo alla sua intelligenza e al suo cuore. Misticismo, platonicismo, scolasticismo, tutto il mondo dantesco, non ha alcun senso per lui. Non solo questo mondo gli rimane estraneo come coltura, ma ancora più come sentimento. Spento è in lui il cristiano, e anche il cittadino. Non gli è mai venuto in mente che servire la patria e dare a lei l'ingegno e le sostanze e la vita è un dovere così stretto, come è il provvedere al proprio sostentamento. Dietro al cittadino comincia a comparire il buon borghese, che ama la sua patria, ma a patto non gli dia molto fastidio, e lo lasci attendere alla sua industria, e non lo tiri per forza di casa o di bottega. De' guelfi e ghibellini è perduta la memoria, tanto che il Boccaccio crede doverne spiegare il significato. E non si persuade come Dante siesi potuto mescolare nelle pubbliche faccende, e ne reca la cagione alla sua vanità, ed ha quasi l'aria di dirgli: - Ben ti sta. - Non voglio dire con questo che il Boccaccio fosse uomo dispregiatore della religione o della virtù o della patria. Sciolto era di costumi, pure tutti i doveri comuni della vita li adempiva con la stessa puntualità e diligenza degli altri, e molte legazioni gli furono commesse da' suoi concittadini. Ma l'età eroica era passata; la nuova generazione non comprendeva più le lotte e le passioni de' padri; il carattere era caduto in quella mezzanità che non è ancora volgarità, e non è più grandezza; della religione, della libertà, dell'uomo antico c'erano ancora le forme, ma lo spirito era ito. L'erudizione, l'arte, gli affari, i piaceri costituivano il fondo di questa nuova società borghese e mezzana, della quale ritratto era il Boccaccio, gioviale, cortigiano, erudito, artista. Se la malinconia dell'estatico Petrarca ti presentava un simulacro dell'uomo antico, la spensierata giovialità del Boccaccio è l'ingresso nel mondo, a voce alta e beffarda, della materia o della carne, la maledetta, il peccato; è il primo riso di una società più colta e più intelligente, disposta a burlarsi dell'antica.   Questo tempo fu detto di transizione. Vivevano insieme nel seno degli uomini due mondi, il passato nelle sue forme se non nel suo spirito, ed un mondo nuovo che si affermava come reazione a quello, fondato sulla realtà presa in se stessa e vuota di elementi ideali. Erano in presenza il misticismo, con le sue forme ricordevoli del mondo soprannaturale, e il puro naturalismo. Ma il misticismo, indebolito già nella coscienza, era divenuto abituale e tradizionale, applaudito nel Petrarca non come il mondo sacro, ma come un mondo artistico e letterario. Il naturalismo al contrario sorgeva allora in piena concordia con la vita pratica e co' sentimenti, con tutti gli allettamenti della novità. Questo mutamento nello spirito dovea capovolgere la base della letteratura. Il romanzo e la novella, rimasti generi di scrivere volgari e scomunicati, presero il sopravvento. Al mondo lirico, con le sue estasi, le sue visioni e le sue leggende, il suo entusiasmo, succede il mondo epico o narrativo, con le sue avventure, le sue feste, le sue descrizioni, i suoi piaceri e le sue malizie. La vita contemplativa si fa attiva; l'altro mondo sparisce dalla letteratura; l'uomo non vive più in ispirito fuori del mondo, ma vi si tuffa e sente la vita e gode la vita. Il celeste e il divino sono proscritti dalla coscienza, vi entra l'umano e il naturale. La base della vita non è più quello che dee essere, ma quello che è: Dante chiude un mondo; il Boccaccio ne apre un altro.  

Italo Calvino e Ludovico Ariosto


Italo Calvino racconta l’Orlando furioso
L’inizio
In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa sino a un certo punto: è la protagonista d’un poema rimasto incompiuto, che sta correndo per entrare in un poema appena cominciato. Quelli di noi che ne sanno di più possono spiegare che si tratta d’angelica principessa del Catai, venuta con tutti i suoi incantesimi in mezzo ai paladini di Carlo Magno re di Francia, per farli innamorare e ingelosire e così distoglierli dalla guerra contro i Mori d’Africa e di Spagna.
Intorno ad Angelica in fuga è un vorticare di guerrieri che, accecati dal desiderio, dimenticano i sacri doveri cavallereschi, e per troppa precipitazione continuano a girare a vuoto. La prima impressione è che questi cavalieri non sappiano bene cosa vogliono: un po’ inseguono, un po’ duellano, un po’ giravoltano, e sono sempre sul punto di cambiare idea.
Prendiamo Ferraú: lo incontriamo mentre sta cercando di ripescare l’elmo che gli è caduto in un fiume: quand’ecco passa di lì Angelica, di cui egli è innamorato, inseguita da Rinaldo; Ferraú smette di cercare l’elmo e duella con Rinaldo; nel bel mezzo del duello, Rinaldo propone all’avversario di rimandare la contesa e d’inseguire insieme la fuggitiva; Ferraú smette di duellare e si dà all’inseguimento d’Angelica;, d’amore e d’accordo col rivale; perdutosi nel bosco, si ritrova sulla riva del fiume dove gli era caduto l’elmo; interrompe la ricerca d’Angelica e si rimette alla ricerca dell’elmo; dal fiume esce il fantasma d’un guerriero da lui ucciso che rivendica l’elmo come sua proprietà ed esorta Ferraú, se proprio vuol ornarsi d’un cimiero sopraffino, a conquistarsi in battaglia l’elmo di Orlando; al che Ferraú lascia fiume, elmo e fantasia e fuggitiva e si lancia alla ricerca d’Orlando.


Il meraviglioso della geografia
L’Orlando furioso è un’immensa partita di scacchi che si gioca sulla carta geografica del mondo, una partita smisurata, che si dirama in tante partite smisurate. La carta del mondo è ben più varia d’una scacchiera, ma su di essa le mosse d’ogni personaggio si susseguono secondo regole fisse come per i pezzi degli scacchi.
Se Olimpia è entrata in gioco come una bella donna perseguitata da malvagità e sventure, la sua parte continuerà ad essere quella della bella donna perseguitata da malvagità e sventure. Ora che Orlando l’ha salvata, che il suo nemico più crudele è morto, che s’è ricongiunta con l’uomo per cui era pronta a sacrificare la vita, dovrebbe cominciare per lei la felicità; no, comincerà invece un’altra sequela di guai, perché nella sua figura bellezza e disperazione non possono essere disgiunte.
Bireno, duca di Selandia, è un ben indegno oggetto di così devoto amore: appena liberato mette subito gli occhi addosso a una giovinetta, figlia del nemico ucciso, e simulando ipocritamente un sentimento di pietà, la porta con sé sulla nave, col pretesto di darla in moglie a suo fratello. La verità è che l’ingrato non vede l’ora di abbandonare Olimpia in un’isola.
Bireno, sbarcato con Olimpia su un’isola deserta nei pressi della Scozia, in piena notte, mentre la moglie dorme più profondamente di un ghiro, sguscia fuori dalla tenda e si rimette in mare in tutta fretta ma nel più assoluto silenzio, con il suo seguito. La bella donna, rimasta abbandonata, dorme fino allo spuntar del sole. Ancora mezza addormentata stende la mano per abbracciare Bireno, ma inutilmente.
In ogni canto dell’Orlando furioso la mappa del mondo si dispiega tutta contemporaneamente sotto l’occhio del lettore, e lo stesso sguardo abbraccia sullo scoglio scozzese Olimpia come impietrita dal dolore e nelle Indie Ruggiero che fugge dai paradisi del piacere a quelli della saggezza, da Alcina a Logistilla.
Nel regno di Logistilla, Ruggiero ritorna in possesso dell’Ippogrifo, finalmente domato e obbediente al suo comando. Sulla nostra scacchiera l’ippogrifo è un pezzo privilegiato: a chi lo cavalca è permesso di sorvolare in una sola mossa continenti interi. Una fantasiosa geografia d’Asia e d’Europa scorre sotto gli occhi di Ruggiero, finché egli non decide di calare in Inghilterra, donde sta per partire un esercito in soccorso di Carlo Magno assediato. Descrivere una sfilata delle truppe d’Inghilterra, Scozia e Irlanda potrebbe ridursi a un arido elenco se non fosse per la scommessa che il poeta fa con se stesso: riuscire a italianizzare quanti più nomi inglesi può.

L’impresa fonetica di Ariosto diventa una nuova imprevista avventura del poema.          

La guerra del Golfo.

1. Ah letizia…
Ah letizia del mattino!
Sopra l’erba del giardino
la favilla della bava,
della bava del ragnetto
che s’affida al ventolino. 
Lontanissime sirene
d’autostrada, il sole viene!
Che domenica, che pace!
È la pace del vecchietto,
l’ora linda che gli piace.
Le formiche in fila vanno.
Vanno a fare, ehi! qualche danno
alle pere già mature…
Quanto sole è sul muretto!
Le lucertole lo sanno.


2. Lontano lontano…
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.
Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.
Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!
Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.
E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!
Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?
Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.


3. Se la tazza…
Se la tazza mi darai
che mi piace, la mia tazza
con il manico marrone,
gentilissima ragazza,
tu felice mi farai.
Il suo manico ha il colore
del più vivo e ricco tè
ma riflette anche il turchino
del leggero cielo se
è leggero come te.


 4. Gli imperatori…
Gli imperatori dei sanguigni regni
guardali come varcano le nubi
cinte di lampi, sui notturni lumi
dell’orbe assorti in empi o rei disegni!
Già fulminanti tra fetori e fumi
irte scagliano schiere di congegni:
vedi femori e cerebri e nei segni
impressi umani arsi rappresi grumi.
A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri
giorni occidui si avvivano i vigneti
e i seminati e di fortuna un riso.
Noi bea, lieti di poco, un breve riso,
un’aperta veduta e i chiusi inchiostri
che gloria certa serbano ai poeti.


5. Come presto…
Come presto è passato l’inverno
fra clamori terribili e vani!
Le battaglie di popoli estrani
che mai sono in confronto all’eterno,
all’eterno degli ippocastani
che dai ceppi si industriano lenti
a sperare germogli lassù?
E tu assorta graziosa annoiata
sul terrazzo, in pigiama pervinca,
forse chiedi al mattino che vinca
come il sole la bruma ostinata
così il bene sui campi cruenti?
Ma è domenica, è marzo: non senti
che un altr’anno, e il suo peggio, svanì?


6. Aprile torna…
Aprile torna e a sera un frescolino
irrita gote di ragazze accese:
in un palio ciclistico protese
volanti rubiconde mutandine.
Come rauche ora vociano parole
quasi laide nell’aria della sera!
Fu dolce, in altro tempo, primavera.
Godono pepsi cola ignude gole.
I ragazzi le annusano. Una bella
passò, di zinne e deltoidi ribaldi
e d’altro che acre un dì mi fu diletto.
Ma come mai sensibile diletto
trovar non so che me attonito scaldi?
Sì, d’aprile il dormire è cosa bella.


7. Se mai laida…
Se mai laida una limaccia
quando a ottobre l’aria è spenta
lenta bava perse lenta
che di lunga e liscia traccia
porri o sedani segnò,
metaldèide in grigi grani
fai che inghiotta; e a globo stretta
plasma e anima rimetta.
Quanti soli già lontani
la lucertola mirò!
Lento a dèi crudeli e ignoti
va il mio bruno ultimo fiele…
Dove volgi, ansia fedele?
A che vomito mi voti,
cara meta che non so?


Franco Fortini

Il Politecnico di Vittorini

<< Il  Politecnico >>

Il primo numero del <<Politecnico>> esce il 29 settembre 1945 e ha come sottotitolo <<settimanale di cultura contemporanea>>. La guerra è finita da pochi mesi e il giornale cerca di rispondere alla fame di cultura di un paese segnato pesantemente dal fascismo.
<<Il Politecnico>> rappresenta uno dei tentativi più importanti, pur nella breve durata della sua esistenza (1945-1947), e uno dei risultati culturali più significativi del clima civile creato dalla Resistenza. Direttore è Elio Vittorini, editore Giulio Einaudi. Dal I° maggio 1946 diventa mensile. Dopo i 28 numeri come settimanale, escono dieci numeri nella nuova veste di mensile, fino al dicembre 1947. Tra i redattori: Franco Calamandrei, Vito Pandolfi, Franco Fortini, Albe Steiner.
Esplicito il richiamo - fin dal titolo - agli studi promossi da Carlo Cattaneo, in nome di un’idea di progresso civile e culturale capace di unire sapere umanistico e sapere scientifico. Vittorini cerca di far interagire discipline diverse tra loro (economia, letteratura, storia, marxismo) in un tentativo di sprovincializzazione e con intenti divulgativi, non solo in termini di diffusione di cultura ma di rieducazione democratica. Grande importanza hanno i testi letterari (tra quelli stranieri: Hemingway, Blok, Eluard, Brecht, Eliot, Kafka). Notevole la grafica curata da Albe Steiner, non solo nell’alternanza dei << rossi >> e dei << neri >> delle copertine, ma anche nell’uso delle fotografie e dei fumetti.
Nel maggio-giugno 1946 ci sono i primi scontri con il Pci: Mario Alicata dalle colonne di <<Rinascita>> attacca il mensile. Tra <<Il Politecnico>> e il Partito comunista c’è una differenza sostanziale nel modo di intendere la cultura. Secondo la lettura data da Gian Carlo Ferretti: da una parte un rapporto quasi istituzionale con Jean-Paul Sartre e << Les Temps Modernes >>, dall’altra un ambito prevalentemente italianistico; un’apertura alla cultura europea e mondiale per gli uni, un legame privilegiato con la tradizione storicistico-realistica per gli altri; la piena disponibilità alla discussione contro il richiamo all’ortodossia ideologica; il giudizio critico sugli scrittori e il giudizio politico ecc. Dopo la replica di Vittorini, interviene Palmiro Togliatti nella celebre lettera pubblicata nel numero 33/34, del settembre-dicembre 1946. La rivista continua ancora per qualche numero e concede uno spazio sempre maggiore alla letteratura. L’ultimo numero esce nel dicembre 1947.


Bertolt Brecht. Tre poesie

DALLE BIBLIOTECHE

escono i massacratori.

Stringendo a sé i figli
stanno le madri e scrutano atterrite
nel cielo le scoperte dei sapienti.



AL MOMENTO DI MARCIARE  MOLTI NON SANNO

che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.



QUANDO LA GUERRA COMINCIA

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.

Andranno in guerra, non
come ad un massacro, ma
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.



Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi, Torino 1967, pp. 120-123.

26 aprile 1986

Du 26 avril 1986 au 15 décembre 2000, date de la fermeture de la centrale nucléaire de Tchernobyl, retrouvez les étapes de cet accident majeur, dont les conséquences ont été bien plus graves et dramatiques que les autorités ne l'avaient envisagées.

26 avril 1986 : 1h23 du matin, le réacteur numéro 4 de la centrale nucléaire de Tchernobyl en URSS (l’Ukraine aujourd’hui) explose. La dalle supérieure (pesant 2000 tonnes) du réacteur est soufflée. Un dysfonctionnement du système de régulation serait en cause. Mais également une accumulation d’erreurs techniques. Rejet à l’extérieur de produits radioactifs contenus dans le cœur. Une partie du cœur du réacteur est pulvérisée sur les bâtiments voisins.
Les pompiers de la ville voisine accourent pour éteindre l'incendie. En vain. Sans protection, deux soldats du feu meurent, 27 décèderont dans les mois suivants.

27 avril 1986 : largage de 5000 tonnes de matériaux sur le cœur grâce à des hélicoptères. L’évacuation des habitants de la ville voisine de Pripyat commence. L'incendie dure 10 jours.
28 avril 1986 : la Suède alerte la communauté internationale d’un fort taux de radioactivité sur son territoire. Les autorités russes annoncent enfin l’accident.

29 avril 1986 : le nuage de Tchernobyl arrive en France. Une équipe de mineurs est réquisitionnée pour creuser une galerie depuis le réacteur jusque sous le magma. L’eau est vidée et une chambre de refroidissement est créée. Elle sera par la suite remplacée par du béton arrêtant la descente du cœur fondu. Des soldats réservistes (les liquidateurs) viennent également déblayer le toit des débris très radioactifs.
30 avril 1986 : le SCPRI (Service central de protection contre les rayons ionisants) en France annonce que la situation est sous contrôle et qu’aucune hausse de la radioactivité n’a été constatée en France.
1er mai 1986 : les personnes situées dans un rayon de 30 km autour du site sont évacuées. L’opération se déroule jusqu'à la fin du mois d'août.
5 mai 1986 : évacuation de toute la population de la ville de Tchernobyl. Mise en place d'un système de refroidissement à l'azote. On refroidit à nouveau ce qu’il reste du cœur.
6 mai 1986 : La radiation chute en moins de 20 minutes. Le cœur du réacteur s'est solidifié.
Août 1986 : De nouveaux villages sont construits pour accueillir les personnes évacuées.
Novembre 1986: Les travaux de construction d’un sarcophage de béton autour du réacteur commencent. Entre 600 000 et 800 000 personnes venues de toute l’URSS viennent travailler sur le site entre 1986 et 1992.
1987 : procès à huit clos de la direction de la centrale.
Novembre 1996 : 10 ans après la catastrophe, le réacteur numéro 1 est définitivement arrêté.
1998 : arrêt du réacteur numéro 3 pour des réparations sur les systèmes de refroidissement et de sécurité.
1999 : travaux de réfection des systèmes de surveillance du sarcophage. Et redémarrage du réacteur numéro 3.
28 mars 2000 : construction de l’unité de stockage de combustible irradié.
29 mars 2000 : l’Ukraine prépare la fermeture définitive de la centrale.
Juillet-novembre-décembre 2000 : Séries d’incidents sur le réacteur 3
15 décembre 2000 : Tchernobyl cesse toute activité.

[Fonte: http://www.rfi.fr/europe/20110425-chronologie-accident-nucleaire-tchernobyl/ ]